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Incontro responsabili medici Unitalsi - Roma, 29-30 novembre 2008
Essere cristiani non significa soltanto avere incontrato Gesù Cristo e avere deciso di porsi alla sua sequela prendendo la sua vita come modello per il nostro agire quotidiano, ma anche entrare in un nuovo modo di essere. Attraverso il Battesimo, infatti, “noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,4): una vita che è partecipazione alla vita stessa di Dio, grazie allo Spirito che ci è stato donato. Il Battesimo, portato a compimento dalla Cresima, cambia radicalmente il nostro io, il nostro essere più intimo. Le parole dell’Apostolo ci spiegano bene tutto ciò: “io – non più io”.
La presenza dello Spirito nella nostra vita non è, tuttavia, un qualcosa di statico come se la sua unica funzione fosse di permetterci di dimorare in Dio – come se il cristianesimo fosse una sorta di auto consolazione – ma, al contrario, è un qualcosa di dinamico che ci spinge a uscire da noi stessi e ad andare verso gli altri poiché “abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi” (Rom 12,6). Mi sembra che questo sia un primo punto, assai importante, che è necessario interiorizzare: ciascuno di noi, ciascun credente è portatore di un dono. Questo comporta il riconoscere che nessuno di noi è più importante degli altri perché il dono viene da Dio ed è offerto a ciascuno per l’utilità comune (cfr 1Cor 12,7). Nessuno nella Chiesa è, dunque, inutile e questo significa abituarci ad avvicinare ogni uomo con il massimo rispetto, perché ci troviamo davanti al mistero di Dio che si rende concreto, per il tramite di un uomo o di una donna, nell’oggi che viviamo.
Siamo, dunque chiamati a fare i conti nella Chiesa, e nelle sue articolazioni quali possono essere le Associazioni, con la pluralità e la diversità. Tutti sperimentiamo quanto sia difficile e faticoso integrarsi con gli altri permettendo a ognuno di essere pienamente se stesso e soprattutto di riconoscere l’importanza e la preziosità del dono dello Spirito, che si concreta attraverso un particolare servizio o professione svolta. Dobbiamo riconoscere che spesso anche noi siamo impregnati di quella cultura competitiva che porta spesso a pensarci – e talvolta si traduce anche in azione – come individui, ossia come esseri che si percepiscono slegati gli uni dagli altri, e non invece come persone, in cui è essenziale la componente relazionale. Sebbene continuiamo a vivere fisicamente gli uni accanto agli altri, i legami tendono a diventare sempre più occasionali e durano il tempo necessario per permettere il raggiungimento di un comune obiettivo – gli uomini vivono come gli sciami, che sono raggruppamenti mobili e provvisori, che sorgono e scompaiono in funzione di obiettivi momentanei e mutevoli, dice il sociologo Z. Baumann – fosse anche molto nobile come quello di permettere la realizzazione di un pellegrinaggio. Sembra, dunque, che siamo costretti a costruire faticosamente la comunione, a impegnarci quotidianamente a far morire il nostro io, con la sua superbia, per far sì che anche l’altro possa trovare spazio. La comunione fra noi sarebbe, dunque, il frutto del nostro paziente e quotidiano lavoro di accoglienza e integrazione.
Terminando la sua seconda lettera alla comunità di Corinto, caratterizzata da discordie, contese e divisioni che impedivano un’unione di pensieri e di parole (cfr 1Cor 1,10-11), l’Apostolo Paolo augura ai cristiani di quella città che “la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13). È significativa l’espressione “comunione dello Spirito Santo” che può essere interpretata in due modi: la prima è quella di dire la comunione che ha per oggetto lo Spirito; la seconda, più pregnante dal punto di vista teologico, è invece la comunione prodotta, realizzata dallo Spirito. In quest’ultima prospettiva la comunione non è un qualcosa che si realizza nel tempo ma il dato originario di partenza. Proprio perché ripieni di Spirito Santo noi già siamo in comunione gli uni con gli altri dal momento che in noi scorre la medesima vita. Per usare un’immagine: se il sangue è metafora della vita, nei credenti scorre il medesimo sangue. Non a caso nella Chiesa si è fratelli ancor prima che amici. Quanto sarebbe importante che riscoprissimo il valore profondo di questa parola, che spesso, purtroppo, è diventata anche per noi un modo di dire: fratello è qualcuno che ci viene dato, amico qualcuno invece che scegliamo. Il fratello, e la relazione con lui, è innanzitutto un dono di Dio del quale il Signore ci chiederà conto – ricordiamo tutti la domanda di Dio a Caino, dopo che ha ucciso Abele “Dove è Abele, tuo fratello?” (Gen 4,8).
La comunione, dunque, non è il frutto del nostro lavoro ma il dono della Trinità, che noi dobbiamo saper custodire e conservare. Dobbiamo, quindi, operare un autentico cambiamento di prospettiva: la diversità dei doni dello Spirito è donata per una custodia più efficace della comunione ma anche per realizzare meglio la missione della Chiesa. Riprendendo il famoso apologo di Menenio Agrippa, l’Apostolo scrive “noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (Rom 12,5). La Chiesa è, infatti, il corpo di Cristo: questa non è semplicemente una bella immagine, che suscita bei sentimenti, né una metafora, ma la realtà più profonda. Nel pensiero del mondo antico il corpo era la concretezza relazionale, ciò che mi permetteva di entrare in contatto con gli altri. In quanto Chiesa noi siamo coloro che permettono a Cristo di prolungare la sua missione salvifica nella storia. Vorrei specificare meglio in relazione alla nostra Associazione: l’Unitalsi in quanto parte della Chiesa, è il Cristo che nella storia dell’uomo di oggi si china a curare i malati e offre loro una parola di speranza e di conforto. Così come in un corpo le membra sono molteplici e differenti fra loro e ciascuna ha bisogno delle altre per poter svolgere al meglio la sua funzione nell’organismo – una parte del corpo non è tutto il corpo e giustamente l’Apostolo lo ricorda con queste parole: “Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? … Se poi tutto fosse un membro solo dove sarebbe il corpo? … Non può l’occhio dire alla mano ‘non ho bisogno di te’; né la testa ai piedi ‘non ho bisogno di voi’” (1Cor 12,17.19.21)– così l’Unitalsi per esprimere efficacemente la sua mediazione del Cristo che sana l’uomo ha bisogno di medici, infermieri e volontari e infermi. Assolutizzare una di queste componenti significherebbe impoverire la ricchezza del corpo e non permettergli di essere pienamente se stesso.
L’Eucaristia è il momento in cui questa comunione trova la sua massima realizzazione e ci viene donata. Scrive Benedetto XVI nella Deus caritas est: “Nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti … L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi” (n. 14). È, dunque, opportuno riflettere se e quanto le nostre Eucaristie esprimano la verità della comunione esistente all’interno delle nostre sezioni e sottosezioni.
Nel pane che viene offerto converge la nostra vita e quella degli altri. Non la vita in senso astratto, ma quella concreta con le sue gioie, speranze, attese, desideri e anche i dolori, le preoccupazioni: tutto si fonde in unità. Quel pane diventa Cristo: il Signore prende tutto su di sé e si ridona a noi. Partecipare all’unico pane, significa, dunque, prendersi cura del fratello nella consapevolezza che egli mi appartiene, non nell’astrattezza ma nel concreto della vita quotidiana.
Non siamo cristiani da soli ma con gli altri, non camminiamo in solitudine verso l’incontro con Dio al termine della vita ma camminiamo facendo parte di un popolo, con fratelli al nostro fianco che condividono con noi la stessa fede, la medesima speranza, l’identica carità. Solo con gli altri il nostro servizio sarà veramente ecclesiale, ossia capace di rivelare non il nostro amore, ma quello che viene da Dio è che è il solo capace di consolare e infondere speranza.

di Don Nicola Filippi

 
 
     
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