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Incontro Responsabili Medici UNITALSI - Loreto, 2-3 marzo 2008

Relazione sul tema: "Gesù medico"
di Mons. Nicola Filippi

L’essere cristiani significa essenzialmente avere incontrato Gesù Cristo ed essersi posti alla sua sequela, avendo scelto lui, le sue parole, le sue azioni e i suoi gesti non soltanto come un punto di riferimento ma come modello normativo dell’esistenza. Nella sua attività pubblica Gesù di Nazaret ha predicato il vangelo e l’avvento del regno di Dio, con il conseguente invito alla conversione, ma ha anche guarito da malattie e infermità (cfr Mt 9,35). È dunque evidente che dei cristiani, chiamati alla vocazione medica, debbano trovare in Gesù il maestro da imitare. Preferisco parlare di cristiani medici piuttosto che di medici cristiani per far risaltare meglio che ciò che ci qualifica nell’identità è l’essere cristiani, mentre l’essere medico ne esprime la concreta attuazione nella vita personale.
Ritengo utile soffermarmi su un brano del vangelo di Luca, la parabola del buon Samaritano (cfr Lc 10,30-35) che può offrirci alcuni spunti per la nostra riflessione. Scelgo questo testo perché i Padri della Chiesa hanno dato di esso un’interpretazione cristologica scorgendo nella figura del samaritano la persona di Cristo, che cura l’uomo. Per questo motivo i verbi che ne descrivono il comportamento sono di fondamentale importanza per chi è quotidianamente chiamato a chinarsi sui fratelli infermi.
Il vangelo ci dice che il Samaritano “vide ed ebbe compassione”. In realtà, come scrive Papa Benedetto nel suo libro su Gesù, “gli si spezzò il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende “nelle viscere”, nel profondo dell’anima. “Ne ebbe compassione”, traduciamo oggi indebolendo l’originaria vivacità del testo” (Gesù di Nazaret, 234).
Questo tema della compassione, o meglio dell’essere compassionevole, lo ritengo di estrema importanza. Il contatto quotidiano con la sofferenza e con il dolore porta con sé il rischio di un inaridimento del cuore, di un distacco dal malato per non soffrire troppo, specie quando ci troviamo davanti a situazioni che non lasciano speranze di guarigione. Anche noi come il levita e il sacerdote corriamo il rischio di vedere e passare oltre. Infatti, si possono vedere e visitare tanti malati con il rischio di restare indifferenti davanti ad essi. Certo avremo offerto loro una cura, magari anche ottima, ma in questo caso il nostro paziente non sarà stato altro che un numero al quale abbiamo applicato un dato protocollo. Invece l’atteggiamento del Samaritano ci ricorda che il medico deve essere “una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell’altro” (Gesù di Nazaret, 234). Il cuore di un cristiano, a maggior ragione se medico, è un cuore che raramente è in pace, perché non è insensibile alla richiesta di aiuto che proviene da chi vive nella sofferenza.
Questa capacità di compatire ritengo sia uno dei servizi più importanti che i medici possono offrire alla società. È sotto gli occhi di tutti la paura che genera la sofferenza, il timore di dover soffrire, il desiderio di eliminare la sofferenza dalla vita, desiderio destinato a rimanere irrealizzato. Proprio perché il dolore e la malattia sono componenti ineliminabili dell’esperienza umana “una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Spe salvi, 38). La vocazione medica ha, dunque, anche una dimensione pedagogica ed educativa. Pensiamo a quanto possa essere importante tutto ciò nell’insegnare la compassione nei confronti della vita nascente gravata da disabilità o alla vita che termina: credo, dunque, che i cristiani medici abbiano una grande responsabilità nell’educazione dei giovani su quel grande tema che è la difesa della vita. L’essere compassionevoli è quindi la via maestra per un nuovo umanesimo, per una società che sia veramente a misura di uomo dal momento che “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente” (ivi, 38).
È solo dalla compassione che nasce l’autentico prendersi cura, ossia il farsi carico dell’altro. Nei miracoli che Gesù compie tante volte a fianco della guarigione fisica troviamo una guarigione morale. Come cristiani impegnati nel mondo della sanità dobbiamo prenderci cura dell’uomo nelle sue due componenti, spirituale e corporale, che però formano un tutto unico. Ciò vuol dire che è necessario entrare con rispetto, delicatezza e sensibilità nell’intimo del malato in modo che quest’ultimo sperimenti una presenza che sia capace di riempire la solitudine che tante volte l’ammalato vive. Possiamo dunque declinare il prendersi cura con il verbo “consolare”, nel significato profondo nella parola latina con-solatio che suggerisce “un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine” (ivi, 38). Il cristiano medico è, dunque, anche un consolatore e credo che dobbiamo avere ben chiaro che una volta riempita la solitudine delle persone, in particolare quella degli anziani, uscire dalle loro vite rischia di avere effetti dirompenti perché ciò può significare tante volte il venir meno dell’unica persona che ascolta e con la quale si dialoga. Mi sia permesso di sintetizzare tutto ciò con questa espressione: forse è necessario curare meno pazienti per avere più pazienza e attenzione.
Davanti alla vita che termina è necessario aiutare il malato a scoprire “Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla” (ivi, 6). Infatti come cristiani che credono nella risurrezione, e che testimoniano ciò continuamente con la loro vita. dobbiamo offrire la risposta alla domanda presente nel cuore dell’uomo che si interroga su cosa ci sia dopo la morte. Se vogliamo realmente prenderci cura dell’uomo nella sua interezza non possiamo non interessarci della sua componente spirituale. Se mancasse questa capacità di evangelizzare i momenti ultimi della vita la nostra vocazione e il nostro servizio perderebbero una delle loro caratteristiche specifiche. La vera consolazione, infatti, è quella di saper offrire la speranza della vita eterna
Se guardiamo all’attività di Gesù vediamo come spesso il Signore si facci carico anche delle preoccupazioni dei familiari del malato. Pensiamo, infatti, a Gesù che accoglie l’invito del capo della sinagoga a curare la propria figlia ma anche che lo invita a credere quando la gente comunica che la ragazza è morta (cfr Mc 5,22ss), o quando si prende cura della richiesta della donna cananea che chiede, anche lei, la guarigione della figlia (cfr Mc 7,24ss) o all’uomo che ha il figlio epilettico (cfr Mc 9,17ss). In questa prospettiva è stata una scelta assai felice quella compiuta da parte dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Sanità della Conferenza Episcopale di pubblicare, in occasione della Giornata Mondiale del malato, il piccolo sussidio “La famiglia nella realtà della malattia”. C’è dunque la necessità di prendersi cura anche della cerchia di coloro che sono accanto ai sofferenti con competenza e disponibilità in modo che la famiglia che vive l’esperienza della malattia sia affiancata e sostenuta (cfr CEI, La famiglia nella realtà della malattia, pag.10).
Non voglio entrare nella complessa relazione medico-familiare, ma prendersi cura significa in questo caso una profonda capacità di ascolto. È necessario saper andare oltre le parole, cercare di penetrarne il senso più profondo per poter entrare in sintonia con i sentimenti di chi ha un parente o un amico che soffre. Questa capacità di ascolto ha come prerequisito quello della disponibilità di tempo. Non si può dialogare con i familiari con l’orologio in mano, guardando quanto tempo stiamo donando.
Inoltre dalla vita di Gesù deduciamo quanto il Signore sia stato capace di infondere speranza in coloro che soffrivano per la malattia dei loro cari. È questo un tema estremamente importante per i genitori che hanno i propri figli, magari assai piccoli, affetti da gravi, e a volte incurabili, malattie.
Parlando di Cristo, Buon Samaritano, la liturgia afferma che ancora oggi egli versa sulle nostre ferite “l’olio della consolazione e il vino della speranza” (Messale romano, Prefazio VIII Tempo ordinario). Consolare e offrire speranza mi sembra, dunque, che siano le caratteristiche essenziali che qualificano il servizio medico come cristiano e ci rendono autentici discepoli di Gesù medico delle anime e dei corpi.
 
 
     
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